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Maurizio Cavicchi, “NELLE TERRE DEL PAPA. Castel Rigone Passignano sul Trasimeno. 1860-1970”

24,00 

Descrizione

Maurizio Cavicchi nasce a Castel Rigone (Passignano sul Trasimeno, Perugia) il 2 settembre 1923. Dopo aver frequentato il liceo classico a Perugia consegue nel 1946 la laurea in Lettere alla “Sapienza” di Roma e nel 1968 in Filosofia all’Università di Perugia. Iscritto al Partito socialista dal 1946, è sindaco di Passignano sul Trasimeno dal 1952 al 1970; sarà tra i fondatori del Psiup nel 1964 per poi rientrare nella sinistra lombardiana del Psi.
Dal 1947 insegna Italiano e Latino nella scuola media e dal 1966 nel liceo “Galeazzo Alessi” di Perugia; sarà poi preside del liceo “Federico Frezzi” di Foligno (1974-1989) e del “Galeazzo Alessi” di Perugia (1989-1993).
Muore a Perugia il 30 maggio 2013.
Studioso di Aldo Capitini, pubblica Presenza di Aldo Capitini. Lettere inedite (Il Listro, Perugia 1971) e Aldo Capitini. Un itinerario di vita e di pensiero (Lacaita, Manduria 2005).
Nel 1995 dà alle stampe il romanzo storico Nelle terre del papa, con la sua casa editrice Il Listro (intitolata allo strumento con cui i pescatori del Trasimeno riuscivano a orientarsi in caso di nebbia), oggi riedito. Il romanzo si svolge tra il 1860, quando il territorio del Trasimeno era ancora sotto il dominio dello Stato Pontificio, e il 1970, «quando l’economia legata alla mezzadria cominciava a lasciare – rapidamente – il posto all’industria e al turismo». Molti personaggi ed eventi, anche se romanzati, sono realmente vissuti e fanno parte della storia culturale e sociale della nostra terra.

 

Prefazione di Alba Cavicchi
Quando nel 2013, dopo la morte di mio padre, ho avuto modo di riordinare il suo archivio, ho trovato conservato molto materiale manoscritto, numerosi quaderni, singoli fogli tenuti insieme in raccoglitori, appunti sparsi. Per lo più si tratta di documenti relativi ai suoi studi di storia e di filosofia, la sua vera passione, scritti che dai tempi dell’università fino agli ultimi mesi di vita documentano come, oltre al suo lavoro di insegnante, preside e sindaco, avesse dedicato molto tempo della sua esistenza allo studio.
In una delle cartelle, piena di fogli scritti con la sua calligrafia minuta, era raccolto il lavoro di documentazione in preparazione di questo romanzo. Molto era frutto della sua cultura letteraria, storica e filosofica, molto ancora della sua viva memoria per aver vissuto da protagonista le vicende paesane dall’infanzia agli anni settanta, anche come amministratore; a questo aveva aggiunto la ricerca sulle fonti dell’Archivio comunale di Passignano sul Trasimeno, della Confraternita di Maria SS. dei Miracoli, della Parrocchia di Castel Rigone e il confronto con gli studi condotti dal suo amico fraterno, il maestro Danilo Cardinali.
Nell’opera i personaggi e le vicende reali, vissuti direttamente o a lui tramandati, si intrecciano in ricostruzioni verosimili, narrate con profondo amore e rispetto per la sua terra e i suoi abitanti. Sono infatti i Paesani il soggetto del romanzo, i contadini, gli artigiani e i signori, legati per secoli al proprio posto nella piramide sociale che, con i sentimenti e le aspirazioni, la fede e la devozione, le paure e le speranze, i conflitti tra conservazione e progresso diventano i protagonisti di una microstoria che si incrocia con la Storia nazionale[1]. “Così la Storia, anzi la storia, con la esse minuscola, di gente comune di un piccolo centro agricolo nelle vecchie terre del papa attorno al Trasimeno, si muoveva anche quassù, una storia che di solito non interessa nessuno” (p. 69).
La narrazione si svolge per lo più a Castel Rigone, allora popoloso borgo del comune di Passignano sul Trasimeno, a partire dal 1860 quando il passaggio dallo Stato Pontificio al Regno d’Italia provoca allarmi e preoccupazioni per possibili sovvertimenti dell’ordine sociale e politico. Ma la vita paesana, che pur avvertiva l’avanzare lento del progresso, continuerà a lungo senza significativi scossoni sotto l’occhio vigile dei fattori e dei parroci.
Il romanzo si interrompe nel 1970[2] quando le crepe del vecchio sistema emergeranno provocando un mutamento profondo nella società e nella storia. Perduta la battaglia per il rinnovo dei patti agrari, avverrà infatti lo spopolamento delle campagne e i braccianti e i contadini andranno a cercare una vita meno dura in città. Così la ferma contrarietà dei proprietari terrieri finirà per ritorcersigli contro, perché l’abbandono delle campagne segnerà il declino della loro condizione economica e sociale dovuta, in sostanza, alla rendita dei loro vasti possedimenti fondiari. Piegati dall’avanzare dell’industria anche gli artigiani entreranno in crisi profonda; così agli inizi degli anni settanta quella piramide sociale crolla e da lì sarebbe poi iniziata la nuova stagione dell’industria e del turismo.
Ogni personaggio è rappresentato con delicatezza, profondo rispetto e con il linguaggio che gli è proprio; è spesso ricordato con un soprannome o per il lavoro che svolgeva e con aneddoti capaci di riassumere un carattere in una frase; l’uso del discorso diretto rende vivo e realistico il racconto. E non mancano pagine che esaltano la bellezza del luogo, l’orizzonte aperto sul lago e sulla campagna, e che celebrano la magnificenza del Tempio e del Teatro, monumenti e luoghi che simboleggiano la vita religiosa e civile del Paese.
Pubblicato più di trent’anni fa, da tempo le copie di questo romanzo erano esaurite: la ricorrenza del centenario della nascita e dei dieci anni dalla morte dell’autore è stata l’occasione per la sua ristampa, nella versione integrale.
E per quanto il racconto si snodi in un piccolo lembo di terra del Trasimeno, che potrebbe interessare a pochi abitanti del luogo, in realtà non sembri ambizioso annoverare quest’opera narrativa nella corrente di ricerca storiografica della microstoria, nata in Italia negli anni settanta, che ha avuto il merito di indagare il valore delle cultura locale fornendo apporti significativi per la storia sociale e culturale del Novecento.
Nel pubblicare quest’opera l’autore si faceva anche editore e nel 1992 il romanzo usciva nell’edizioni Il Listro, Perugia, con questa spiegazione:
Quando sulla distesa delle acque del Trasimeno la nebbia invernale impedisce la visibilità o quando sul lago grava una notte senza stelle, il pescatore, uscito a tendere le reti, orienta la barca usando il listro. Parola antica, questa, di origine incerta, forse etrusca, che indica un metodo di orientamento per la ricerca di un punto di direzione nell’oscurità. Privo di bussola, nelle tenebre, il pescatore si perderebbe, senza il listro.
È tempo di listro.

[1]     Per un’accurata analisi del romanzo vedi Luciana Brunelli, Una microstoria delle terre del papa, in Un uomo della terra umbra. Scritti in memoria di Maurizio Cavicchi, a cura di Alba Cavicchi, il Formichiere, Foligno, 2014.

[2]     Maurizio Cavicchi (Castel Rigone, 1923 – Perugia, 2013) è stato sindaco di Passignano sul Trasimeno dal 1952 al 1970.

 

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